Le origini dei falò rituali della Stregoneria


falò

Durante le celebrazioni e i festival tradizionali di molti paesi europei è usanza millenaria l’allestimento dei falò. In particolari occasioni, questi fuochi sono il punto centrale della festività. Questa costume di derivazione pagana affonda le sue radici nella preistoria ed è stato trasmesso a tutte le altre culture che si sono avvicendate nel nostro continente. In epoca cristiana, questi fuochi furono consacrati ai Santi oppure bollati come “opera del demonio e dei servitori di idoli”, rientrando nello stesso tempo sia nelle celebrazioni popolari cristiane, sia magiche-stregoniche. In particolare, i fuochi rituali più importanti sono allestiti pressoché in concomitanza dei solstizi e degli equinozi e, nei due momenti critici del lavoro agricolo e dell’anno astrologico, oggi noti come Samhain e Beltane. Queste date segnano i transiti annuali tra stagione calda e fredda, tra tempo di semina-produzione e di raccolto-riposo, mentre in cielo segnano lo Scorpione (simbolo di morte) e del Toro (fertilità). Ma qual è il significato spirituale dei falò?
Nonostante il trascorrere incessante dei secoli, molte peculiarità di questi antichi riti sono state tramandate invariate. Una di queste caratteristiche che sono rimaste vive nella memoria delle generazioni è la disposizione dei falò. Secondo le antiche usanze, i fuochi devono essere disposti uno di fronte all’altro, in modo che vi si possa far passare la gente, il bestiame e quant’altro. Questa disposizione non è dovuta ad un gusto estetico, ma ha una funzione rituale e un significato esoterico ben preciso. Vi va di riscoprirlo insieme?

LE FIAMME DELL’INFERNO.

Iniziamo l’indagine partendo dalle tradizioni e dalle credenze più vicine al nostro periodo storico, per poi ripercorrere il tempo a ritroso, cercando di raggiungere le radici originarie della tradizione dei falò. I riti campestri, quando non sono stati completamente riconsacrati e riadattati sul modello della religione cristiana, sono annoverati tra i riti superstiziosi, stregonici o magici. Come tali, essi sono considerati legati al “Demonio” e al suo Inferno. L’Inferno della tradizione cristiana è concepito come un luogo sotterraneo avvolto da fiamme in cui le anime dei peccatori sono tormentate per espiare la loro colpa, indipendentemente che si tratti di anime destinate alla dannazione eterna o con la speranza di una redenzione.
L’immagine dell’Inferno cristiano risulta essere il risultato di un miscuglio degli “aldilà” delle precedenti religioni pagane, visti però sotto un’aspetto sinistro, incompreso e privo di ogni principio benevolo o positivo. Ma era davvero questa la visione dei pagani? Ovviamente ogni culto ha avuto una differente visione del “mondo dei morti”, ma il più delle volte, questo luogo o condizione dello spirito, aveva una valenza neutra, proprio come la realtà dei viventi.

DISCESA NELLE REGIONI DELL’ADE.

La locazione ipogea dell’Inferno cristiano ricorda molto da vicino quella dell’Ade degli antichi Greci e Romani e dello Sithe delle tradizioni celtiche d’Irlanda (da non confondere con i celti continentali –Gallia, Bretagna, aree del Danubio e del Reno, di cui queste ultime due risentono le influenze germaniche). Per questi popoli, l’aldilà è semplicemente il reame dei morti a cui accede la maggior parte della popolazione ad esclusione di pochi individui che siano stati privilegiati per gesta particolarmente eroiche o per discendenza di sangue reale; questi potevano accedere anche al regno degli Dei o ad altri reami “superiori” –in opposizione agli inferi, luoghi inferiori, sottostanti. Secondo i Greci e i Romani, i punti d’accesso verso questo mondo erano dislocate presso i crateri vulcanici e sulfurei, presso antri e caverne e nelle grandi masse d’acqua (mare e alcuni laghi); celti, germani e scandinavi vi aggiunsero i tumuli e le collinette –per lo più vecchi siti sepolcrali talvolta appartenuti a civiltà ad essi anteriori o da essi sottomesse.
Notiamo subito che questi aldilà sono tutti situati “al di sotto” simboleggiando la tumulazione dei corpi o l’inerzia di un corpo morto che si adagia al suolo, come un seme che ritorna nella terra che l’ha fruttificato. Negli altri casi, invece, è facile individuare l’associazione con l’assenza del respiro: luoghi sulfurei o distese marine. Il caso del mare e delle acque rimanda anche alla separazione netta tra chi vive e chi muore; separazione spesso espressa attraverso il mito di una navigazione (Greci, Egizi, Celti).

IL MONDO FRA LE BRUME.

Se dalle terre dei Celti attraversiamo l’Europa verso Nord, incontreremo descrizioni dell’aldilà alquanto diverse, ma che combaciano, in alcuni punti, con i concetti della mitologia greca e talvolta egiziana. L’aldilà delle popolazioni nordiche e germaniche è rappresentato come un territorio avvolto dalle brume e dal freddo, un luogo che conduce verso uno dei punti d’origine dell’Universo stesso. Si tratta del reame di Hell e del vortice ghiacciato Niflheim, il quale fornì la materia necessaria per dar forma all’energia. In questo mondo ostile e tenebroso, le anime dei trapassati attendono la successiva incarnazione. Per gli eroi, le anime poste sotto particolari grazie e alcune stirpi nobili, c’era la possibilità di accedere al reame degli Dei, Asgard o ad altre regioni dell’ Universo. Il regno di Hell è espressione del pallore e del freddo della morte, del buio a cui sono esposti gli occhi ormai chiusi del cadavere, ma al contempo simboleggia la gestazione del seme della vita che ritorna nel grembo della terra per rifiorire sulla sua superficie in primavera; espresso dal legame che lega il Reame di Hell al vortice originario di Niflheim.

LA TERRA DELL’ESTATE E LA SOPRAVVIVENZA DI MITI NEOLITICI.

Un ultimo tipo di oltretomba, infine è stato concepito in tempi così arcaici di cui poco resta. Questo regno dei morti appartiene ad una concezione neolitica e primitiva, sopravvisse nel ricordo delle genti che furono assorbite dalle culture più avanzate che si imponevano e che le assorbivano. Fu così che il ricordo di questo aldilà fu poetato e divenne parte dei miti più arcaici delle civiltà dell’antichità. Sto parlando di quello che oggi viene identificato come “Terra dell’Estate”. Una Terra dell’Estate è stata ricordata dalla stirpe celtica nell’ immagine di Avalon, una Terra dell’Estate è stata cantata nelle saghe nordiche relative ad Idhunn, Bragi e le mele della giovinezza, una Terra dell’Estate è sopravvissuta nelle avanzate civiltà mediterranee in Grecia, in uno dei miti più antichi e celebri: I Campi Elisi ed il culto di Demetra e Persefone; ancora, possiamo includervi il Paradiso terrestre di Eden riportato nel libro biblico della Genesi.
In questi ed altri miti è facile rinvenirne i tratti comuni: si tratta di una landa situata sempre ad ovest, il luogo in cui tramonta il sole; una terra di delizie descritta come un campo in cui il tempo è fermo alla primavera e all’estate, quasi sempre un meleto o un frutteto. Il fermarsi del tempo si riferisce al ricordo che resta dei defunti. L’immagine della persona cara che continuiamo a portare con noi resta ferma all’istante della morte o alla sua giovinezza: per i morti il tempo non può trascorre in avanti e non possono più invecchiare. Da qui nasce il mito del frutto di eterna giovinezza che, in questo giardino è coltivato e custodito. Si tratta sempre di un frutto ben sorvegliato e che, una volta assaggiato, rarissimamente porta un mortale indietro nel suo regno –mangiare il cibo dell’eterna giovinezza, per i mortali implica la morte, ma gli Dei, gli eroi e i maghi tutto possono: andare e tornare. Perché un meleto o frutteto? Ovviamente, anche in questo caso si tratta dell’analogia che lega i cicli naturali e agrari al sostentamento dell’essere umano e che sembra suggerire i cicli cosmici a cui anche lo spirito e l’anima sono soggiogati. Resta infine da ricordare che in quest’era, l’uomo era per di più un cacciatore-raccoglitore. Il regno delle delizie libera l’uomo dall’angoscia della sopravvivenza e dalle fatiche, un luogo caratterizzato da eterno benessere e prosperità.

I CANCELLI DI FIAMME.

Adesso abbiamo una conoscenza molto più vasta e approfondita della concezione dell’aldilà e delle origini degli inferi (regioni inferiori, cioè sotto) e di come, queste visioni differenti si siano fuse nel corso delle ere durante le migrazioni dei popoli. Fu soprattutto con l’espansione e la successiva caduta dell’Impero Romano che la fusione e il sincretismo portò all’immaginario odierno dell’Inferno e del suo legame con la Stregoneria: da una parte le genti nordiche e continentali avanzarono verso sud e al contempo l’espansione romana e la prima opera missionaria cristiana portarono le culture mediterranee e mediorientali verso nord. Queste delucidazioni non offrono ancora una risposta, anzi sembra che stiano complicando e distogliendo l’attenzione dalla nostra domanda principale: qual è il significato spirituale dei falò durante le celebrazioni stagionali, in particolare Samhain e Beltane? Come questo può essere connesso con la storia del concetto di aldilà?

“La cima della betulla ci ha ricoperto di foglie; Essa trasforma e cambia il nostro deperimento.”

Con queste parole è cantata la betulla nel Kat Godeu, la “Battaglia degli Arbusti”. La betulla è l’albero attorno a cui si svolgono i riti della vigilia di Maggio, una delle date più importanti dell’anno stregonico e che segna l’opposto complementare di Samhain (vigilia di Ogni Santi). Il Primo Maggio è la data in cui si celebra il risveglio completo della natura, la semina e i primi prodotti della terra: i fiori e le primizie del sottobosco. Ma il verso del poema sembra indirizzato verso un altro tema. Infatti, non siete in errore nel pensare questo. Il Kat Godeu si riferisce infatti all’usanza di usare i rami di betulla per formare la pira e ricoprire la salma per la cremazione. Ecco ciclo eterno di nascita-vita-morte-rinascita, e il passaggio a mezzo delle fiamme. Il fuoco della cremazione libera l’anima del defunto spingendola verso l’alto, verso le potenze celesti e trasforma il corpo in cenere restituendo alla terra la sua sostanza originaria. Ecco che il debito con la natura viene estinto e un nuovo corpo potrà essere forgiato dalla medesima terra, come il seme in attesa di ritornare ad essere pianta. In questa fase di mezzo, l’individuo è libero dalle catene e dalle sofferenze della carne e può sperimentare la piena spiritualità (intesa come essere solo spirito), preparandosi per i nuovi compiti che dovrà svolgere in una possibile reincarnazione, quando il corpo sarà risanato e “ringiovanito” (come nel frutteto della “Terra dell’Estate”).
La disposizione dei falò, come esposto all’inizio dell’articolo, deve costituire un passaggio, una porta, un tunnel di luce e fiamme. Si tratta dei cancelli che segnano non solo il transito tra le stagioni, ma soprattutto tra il regno dei vivi e dei morti. Ancora una volta la spiegazione è da ricercarsi nei cicli agrari e celesti, nonché dal loro legame con la sopravvivenza della specie e per estensione della conservazione della vita. E, come abbiamo appreso, non si tratta di un inferno di perdizione e tormento demoniaco, ma di un luogo in cui sono preservate l’abbondanza dei semi del raccolto, la giovinezza e la promessa della rinascita. Si tratta di un portale di benedizione che brucia via tutto il male e che risana corpo e spirito. Attraverso questo portale, la vita custodita nella Terra dell’Estate potrà essere liberata e potrà manifestarsi appieno nel nostro mondo finché, adempiuto il suo compito, la materia si sarà nuovamente corrotta e necessiterà di essere rigenerata ancora, ciclicamente.
Dai falò si possono ricevere benedizioni, guarigioni, purificazioni e allontanamento di ogni negatività, come se si pagasse parte del proprio debito karmico. Per questo motivo si usava e si usa ancor oggi, far passare il bestiame e le persone tra i due fuochi (per restituire la fertilità, la salute e liberare dal male) . Inoltre, essi favoriscono il contatto con altre realtà e con le entità disincarnate, rendendo manifesto sia ciò che fu sia quel che sarà. Quest’ultimo aspetto è evidentissimo nella vigilia di Ogni Santi, Samhain.

~ di Jule su 7 dicembre 2014.

Una Risposta to “Le origini dei falò rituali della Stregoneria”

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